Evita il total look
Non vuole sembrare vestito interamente da un solo brand. Mescola sartoriale e casual, chic e cheap, nuovo e vissuto. Non compra un’identità già pronta: costruisce la propria.
Evita tutto ciò che è “it”
Diffida di ciò che la moda dichiara indispensabile: it bag, it shoe, it brand, it restaurant, it destination. Quando qualcosa diventa troppo riconoscibile e desiderato da tutti, perde interesse.
Evita il bling, i loghi evidenti e gli status symbol immediatamente decifrabili. Non è l’oggetto a dovergli attribuire valore: è lui che dà valore all’oggetto.
Cerca pezzi unici e li rende attuali
Ama il vintage, l’orologio del nonno, una camicia un po’ demodé, un golf particolare o un oggetto trovato in viaggio. Li mescola con elementi molto contemporanei.
Non vuole semplicemente essere alla moda: vuole decidere che cosa diventerà moda.
Nega di avere idoli, ma conserva riferimenti segreti
Vuole apparire come l’autore assoluto del proprio stile, ma possiede un pantheon privato:
- Gianni Agnelli, tra sartoria, preppy e trasgressione;
- il mito americano, tra jeans vintage, workwear, deserti e viaggi coast to coast;
- una certa Francia intellettuale, soprattutto negli ambienti radical chic.
Non copia le icone. Prende i loro codici e li trasforma.
Diffida del “buon gusto”
Non vuole essere limitato dalle regole dell’armonia e della coerenza. Preferisce creare tensione attraverso accostamenti apparentemente sbagliati: sartoria e strada, lusso e anonimato, passato e presente.
Può indossare una T-shirt di un piccolo locale, pantaloni americani larghi e sneakers vintage apparentemente insignificanti. Poi, proprio quando nessuno se lo aspetta, aggiungere Gucci.
È esterofilo e cosmopolita
È attratto dai viaggi insoliti, dalle culture lontane e dai luoghi fuori dai percorsi prestabiliti. Guarda all’America, alla Francia, all’Asia e porta frammenti di questi mondi nel proprio stile e nella propria vita.
Ma anche Milano diventa un viaggio. I suoi quartieri sono come piccole città dentro la città, ciascuna con identità, cucine e linguaggi differenti. Qui nascono piccoli gruppi di amici, rituali e indirizzi conosciuti soltanto dalla propria tribù.
A Loreto c’è Silvano Vini e Cibi al Banco. A prima vista sembra un posto semplice, quasi niente di speciale. Ma per chi sa riconoscerlo è un codice: è molto richiesto, trovare posto è difficile, eppure ci si presenta come si vuole, anche in Birkenstock e con il cane.
Poi c’è Leila: apparentemente un normale bar di quartiere, ma anche un luogo dove si tengono concerti segreti e serate sorprendenti. Il suo valore non viene annunciato e non è immediatamente visibile.